La quarta riga…

La prima riga è quando ti accorgi della realtà, del cielo, del fiume, della pioggia come del sole. La seconda riga è quando ti accorgi delle persone della loro vita, dei loro sogni, del loro pianto, delle loro speranze. La terza riga è quando ti accorgi che Dio parla al tuo cuore quando hai la pazienza del tempo. La quarta riga è quando ti sai fermare per chiederti cosa vuol dire a te quella parola che ti è arrivata dalla realtà, dalle persone, dalla Parola. Dopo la quarta c’è la quinta e la sesta e… dipende dal tuo cuore, dalla tua libertà.

Dal Vangelo secondo Giovanni capitolo 6 dal versetto 16 al 21 (Gv 6,16-21)

16Venuta intanto la sera, i suoi discepoli scesero al mare, 17salirono in barca e si avviarono verso l’altra riva del mare in direzione di Cafàrnao. Era ormai buio e Gesù non li aveva ancora raggiunti; 18il mare era agitato, perché soffiava un forte vento. 19Dopo aver remato per circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. 20Ma egli disse loro: “Sono io, non abbiate paura!”. 21Allora vollero prenderlo sulla barca, e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti.

Commento

Mi devo scusare perché ieri in chiesa mi sono fidato di un programma che ogni giorno offre la Diurna Laus e le letture del giorno. Per la seconda volta ha sbagliato proponendo letture diverse da quelle di oggi (sempre secondo il rito romano). Però non tutto il male viene per nuocere perché l’errore ci propone un brano inserito nel racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci secondo Giovanni che le letture di ieri e ieri l’altro avevano saltato.

Brano pieno di fascino per via dell’immagine della barca, del mare in tempesta e del buio della sera.

Quella barca rappresenta la tua vita che è sospesa. E’, infatti, poggiata sull’acqua e l’acqua su cui naviga è una linea, è un confine che separa la libertà infinita del cielo e l’inquietante oscurità dell’abisso pieno di mistero e paura. Sospesa tra la vita e la morte.

Il grande lago è in tempesta, la barca della vita incontra il pericolo delle onde e un vento contrario che si oppone alla navigazione verso la riva ancora lontana circa altre quattro miglia. La Pentecoste ci dirà che esiste un vento favorevole per la navigazione della vita, lo Spirito Santo, ma il vento che infuria contro la barca, è l’opposto. Avremmo la possibilità della forza del vento in favore nella navigazione, ma spesso permettiamo che la barca della nostra esistenza si abbandoni ai venti contrari e pericolosi.

La barca porta un ulteriore messaggio. Sulla barca stanno tutti, nell’avventura e nella sfida della vita c’è tutta l’umanità e qui vale il saggissimo detto: siamo tutti sulla stessa barca. Non basta, l’immagine si completa con la considerazione che sulla barca si rimane per quanto diversi si possa essere, per quanto si possa essere critici su ciò che si sta facendo. Qualunque sia la visione, l’opinione di ognuno, da quella barca non si scende fino a che non arriva a terra. La barca, infine, può navigare perché ognuno fa la sua parte e non si tira indietro.

Siamo sempre dentro allo stesso racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci su cui abbiamo riflettuto negli ultimi due giorni, ci è, quindi, facile ricollegarci al tema del vuoto. Nei giorni scorsi al centro dell’esperienza del vuoto c’era la folla, nel brano di oggi ci sono gli apostoli.

Caricata la barca delle ceste con i pani avanzati senza dubbio gli apostoli si saranno messi in attesa del ritorno di Gesù, ma Gesù tarda, non si fa vedere e, così, vuoi per il calare della sera, vuoi per l’approssimarsi del maltempo, decidono di lasciare la riva e partono.

Gesù lo lasciamo a pregare e andiamo via con la barca e, senza memoria di ciò che Lui ha detto e fatto,  quando attraversiamo la tempesta non abbiamo risorse. La fede, indebolita, dimentica che Gesù commina con noi e ci si sente soli in una barca squassata dalla tempesta.

Nel pieno del terrore Gesù li raggiunge camminando sulla acque. Gesù non ti raggiunge perché lo meriti, perché stai facendo tutto a puntino, Gesù arriva a te là dove la tua navigazione ti porta ad essere.

Forse è proprio lo sgomento della tua povertà, della tua debolezza, della tua fragilità che può aprire il tuo cuore alla sua presenza.

Gesù, non arriva volando, arriva camminando.

La linea della superficie del mare sospesa fra cielo e terra che per i discepoli è increspata di onde pericolose, per lui ė una strada liscia su cui procedere perché è Lui il Signore di tutto e non la nostra illusa autonomia.

Adesso, collega Gesù che va verso di loro e le ceste del pane (se sta l’ipotesi plausibile che le abbiano caricate). Se consideri il pane nelle ceste, diventa chiaro che il vuoto provato dagli apostoli di fatto non era un vuoto, ma una cecità.

Gesù che cammina sulle acque esprime la dinamica dell’amore, della Misericordia di Dio che è sempre in cammino verso di te. Il cammino sulle acque non è, però, il segno che indica che Gesù è con te perché questo è dato da un altro segno: le ceste colme.

Se la barca è segno della vita, della chiesa, del tuo cammino nell’esistenza, allora è quel pane sulla barca che “parla” della presenza costante di Cristo ed è ciò che è racchiuso nel mistero dell’Eucaristia.

Il vuoto degli apostoli, è il vuoto di chi ha lasciato il Signore ed è partito per il viaggio, ma non è vuoto perché Gesù è già su quella barca che molla gli ormeggi. E’ un vuoto “abitato”. Non è sufficiente lo spezzare del pane nella celebrazione eucaristica occorre “caricarlo” sulla barca del cuore, sulla barca della comunità, nella solida certezza di navigare sempre con il Signore.

A questo punto mi trovo davanti a un grosso scoglio.

Perché i discepoli nel vedere il Signore si spaventano?

Non so, provo.

E’ un segno dalle molte sfaccettature. Con coraggio, forse, dobbiamo riconoscere che, un poco, abbiamo paura del Signore. La fatica nel pregare, le distrazioni durante la messa, per esempio, sono spiegabili solo con la pigrizia e la stanchezza spirituale? Sotto, sotto, non rivelano, forse, la nostra paura di Dio? “Se gli do troppa confidenza chissà poi cosa mi chiederà…”, qualche volta questo pensiero ha attraversato come un flash la nostra mente.

“Padre nostro che sei nei cieli… sia fatta la tua volontà… che però dovrà essere coincidente con la mia…è più sicura perché la conosco mentre la tua è nella nebbia…”.

C’è anche un timore positivo. Lo trovo in ciò che dice Gesù: “sono io”. I termini anche se disposti in modo inverso, ricordano il “io sono” che Dio rivela a Mosè quando gli chiede il nome.

Gli apostoli, quindi, provano il timore che credo accompagni ogni visione mistica e ogni rivelazione che Dio possa fare al nostro cuore prima di entrare nella gioia calorosa della visione.

C’è infine anche un terzo aspetto: la paura che deriva dalla vergogna per le nostre debolezze e per i nostri peccati che ci porta ad avere pochissima confidenza con il confessionale. Quando si dimentica di essere amati e presi per mano, quando si insegue il mito del cristiano superman dell’anima, si approda alla paura di essere “visti” da Dio. Paura antica che provarono anche Adamo ed Eva nell’Eden.

Alle paure Cristo risponde, propone, oppone un luminoso, consolante: “non abbiate paura” e la barca al suono di quelle parole, miracolosamente, arriva a riva: “e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti.

don Alberto

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