Parlare di Shoah vuol dire raccontare memorie, tenerle in vita, non dimenticarle mai. 

Non è un caso che il Giorno della Memoria, che ricorre ogni anno il 27 gennaio, abbia come cuore pulsante proprio il ricordo di chi ha vissuto l’orrore dell’Olocausto.

Ma perché è importante commemorare la Giornata della Memoria? 

Qual è il suo valore e il suo significato oggi alla luce dei cambiamenti sociali ed economici e cosa può dare alle nuove generazioni la consapevolezza di conoscere a fondo e con le giuste parole quelle pagine di Storia che hanno cambiato il mondo?

Spesso quando si parla di Shoah si usa il termine orrore, perché parlare di Olocausto vuol dire anche e soprattutto parlare di morte. 

E’ vero, ORRORE è il termine più coerente con quanto è accaduto. Ma attenzione. Questo “orrore” non è arrivato come una meteorite impazzita che si è schiantata sull’Europa e sul Mondo. E’ iniziato a montare poco a poco, come una frana che parte da un sassolino. E nessuno si è (o si è voluto) accorgere che quel sassolino cominciava a diventare una frana. Conoscere la storia, analizzarla, riflettere sul succedersi degli eventi ci può aiutare a capire, a vedere cosa può diventare il movimento di quel sassolino.  

Inoltre non dobbiamo parlare solo di morte! 

Ci possono essere anche altre parole, altri linguaggi. 

È vero, parole come morte, orrore, paura, odio razziale sono i cardini di questo pezzo terribile di Storia, ma non sono solo questi i contenuti che si possono trarre da un giorno importante come il 27 gennaio.

Shoah vuol dire anche parlare di speranza e di vita, come la senatrice a vita Liliana Segre ha sempre fatto nelle sue testimonianze ai giovani:

“Avevo scelto, quasi in modo automatico, bestiale, irrazionale, infantile – in fondo ero ancora una bambina – e nello stesso tempo in modo maturo, vecchio, ottuagenario – in fondo ormai tale ero diventata – avevo scelto di non essere lì, perché era la realtà intorno a me che era inaccettabile. Avendo scelto la vita – ho sempre scelto la vita e anche adesso che sono vecchia scelgo la vita. Non potevo accettare la morte intorno a me e quindi avevo scelto di non vedere. Avevo scelto di essere una stellina”.

E ancora: 

“Cominciò questa vita di prigioniera e schiava. Mi ricordo come piangevamo tutte nei primi giorni, ma scegliemmo la vita. Scegliemmo la vita immediatamente, scegliemmo la vita, volevamo vivere, capimmo che dovevamo mettere al bando nostalgie e ricordi, capimmo che, se volevamo vivere, dovevamo non ricordare, perché il presente, in quel momento, era assolutamente tragico e dolcissimo il passato per ognuna di noi, e non avremmo potuto sopportare quel presente ricordando il passato. Se volevamo scegliere la vita dovevamo proibirci ogni ricordo del passato, dovevamo mettere tutto il nostro impegno e le nostre forze per sopportare quella realtà in quel luogo dove eravamo arrivate per la sola colpa di esser nate”. 

La senatrice Liliana Segre, per sopravvivere, non voleva ricordare la vita normale precedente, ma ora da Testimone della Shoah, chiede a tutti noi, soprattutto ai più giovani, di non dimenticare ciò che è stato.

Shoah vuol dire farsi domande perché è fondamentale dire ai ragazzi, soprattutto, che porsi domande è la base per sviluppare una coscienza critica, per mantenere uno sguardo sul mondo che non sia solo assoggettato a quello che vogliono gli altri. 

Cercare la propria individualità vuol dire non focalizzarsi su un solo punto di vista, ma ampliarlo. 

Da questo si generano un fiume di valori importanti come la tolleranza, che non deve essere mai dimenticato per poter vivere in equilibrio con se stesso e con gli altri.

Non lasciamoci “sfuggire” le occasioni che gli “Amici del Gabbiano” e il “Portico” hanno pensato per la Memoria.

Ricordiamo, pensiamo, viviamo, facciamoci sentire!

don Gigi, gli “Amici del Gabbiano” e gli “Amici del Portico”

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