La quarta riga…
La prima riga è quando ti accorgi della realtà, del cielo, del fiume, della pioggia come del sole. La seconda riga è quando ti accorgi delle persone della loro vita, dei loro sogni, del loro pianto, delle loro speranze. La terza riga è quando ti accorgi che Dio parla al tuo cuore quando hai la pazienza del tempo. La quarta riga è quando ti sai fermare per chiederti cosa vuol dire a te quella parola che ti è arrivata dalla realtà, dalle persone, dalla Parola. Dopo la quarta c’è la quinta e la sesta e… dipende dal tuo cuore, dalla tua libertà.
Dal Vangelo secondo Giovanni capitolo 4 dal versetto 43 al 54 (Gv 4,43-54)
Trascorsi due giorni, partì di là per la Galilea. Gesù stesso infatti aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella propria patria. Quando dunque giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero, perché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme, durante la festa; anch’essi infatti erano andati alla festa.
Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafàrnao. Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e gli chiedeva di scendere a guarire suo figlio, perché stava per morire. Gesù gli disse: “Se non vedete segni e prodigi, voi non credete”. Il funzionario del re gli disse: “Signore, scendi prima che il mio bambino muoia”. Gesù gli rispose: “Va’, tuo figlio vive”. Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino. Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: “Tuo figlio vive!”. Volle sapere da loro a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: “Ieri, un’ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato”. Il padre riconobbe che proprio a quell’ora Gesù gli aveva detto: “Tuo figlio vive”, e credette lui con tutta la sua famiglia. Questo fu il secondo segno, che Gesù fece quando tornò dalla Giudea in Galilea.
Commento
E’ la realtà ed è l’impatto con essa che porta ad ascoltare la Parola e la Parola di Dio è così infinita da offrire luce per tutte le domande e gli stimoli che la realtà ci pone.
In altre parole, ciò che voglio dire è che questo brano meditato un anno fa avrebbe suscitato un commento, uno stimolo per la riflessione molto diverso da quello che si percepisce oggi.
Non è che oggi siamo diventati più intelligenti rispetto a ieri, è che, oggi, viviamo una situazione diversa da quella di un anno fa e diversa da quella che sarà tra un anno.
Se la Parola di Dio fosse un libro con delle massime spirituali e insegnamenti etici nel leggerlo un anno fa, o ora o tra un anno troveremmo sempre e solo le stesse massime e i medesimi insegnamenti. L’approfondimento dipenderebbe dalla competenza. Ma la Bibbia raccoglie la Parola che Dio non solo ha rivolto all’umanità nel passato, ma la Parola che Dio rivolge a te oggi.
E’ lo Spirito Santo che, maestro interiore, ti illumina e ti fa trovare nella Parola, quella Parola viva che ti parla nel tuo oggi.
Ed è, così, che, oggi, meditando la sua Parola ti accorgi che nella guarigione del figlio del funzionario e nel dialogo tra lui e Gesù si illumina il dramma di questi giorni che suscitano dolore per le troppe morti, inquietudine profonda per il fatto di trovarci di fronte un nemico, il virus, sprovvisti di difese, con la paura nel cuore e con la domanda di cui abbiamo detto nel foglio precedente (il n. 23) e che, oggi, prende questa forma: “dammi un segno, fai sparire questo male e mi sarà facile credere.”.
E’ molto bello quanto è raccontato all’inizio del brano. Perché il funzionario va da Gesù?
Perché è stato alla festa (è facile pensare alle nozze di Cana, siamo infatti a Cana) e lì aveva visto il miracolo dell’acqua trasformata in vino. Quel funzionario parla al tuo cuore e ti dice che occorre fare memoria, ti dice, cioè, che il rapporto con Gesù non è una cosa di adesso che nasce e tu costruisci ora per la prima volta. Il tuo rapporto con Gesù e il suo con te non è un rapporto così fragile da avere bisogno di trovare continue conferme.
Di miracoli di Cana Gesù ne ha fatti un’infinità nella tua vita. Magari non così strepitosi da finire sui giornali, ma più simili alla pioggerillina di primavera che cadendo leggera e costante disseta i nostri campi meglio dei grossi temporali estivi.
Gesù non deve dimostrarti, oggi, che ti vuole bene perché questa è la costante del suo rapporto con te sviluppato nel tempo. Il fare memoria del suo bene per te in tutta la tua vita è ora più urgente di qualsiasi domanda tu possa porgli.
Accanto a questo, il secondo messaggio.
Gesù si lamenta perché per credere si chiede sempre un segno. Questo ti riporta a Tommaso che chiese un segno quando disse: “se non vedo io con i miei occhi il segno dei suoi chiodi e non tocco con le mie mani le sue ferite io non crederò.”.
Grande l’apostolo Tommaso che se da un lato ebbe il torto di non fidarsi degli altri discepoli, cioè della Chiesa, dall’altro ebbe la lucidità, vissuta anche per noi, di intuire che il segno è uno: che il Cristo sia veramente risorto.
A cosa arriviamo con queste parole? Al fatto che certamente è umano chiedere che si guarisca, che tutto finisca, ma per la fiducia in Gesù deve esserti sufficiente la tua storia d’amore con Lui e il grande insuperabile, irripetibile, unico, grandioso, certo segno carico di sicura speranza che è il segno dato dalla sua Risurrezione.
Nella sua, risorge ogni ora della tua vita, ogni briciola di bene vissuto o anche solo pensato e, nell’ultima ora, tutte le ore della tua esistenza che in Lui e per Lui si fanno eterne.
 
don Alberto

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