La quarta riga…

La prima riga è quando ti accorgi della realtà, del cielo, del fiume, della pioggia come del sole. La seconda riga è quando ti accorgi delle persone della loro vita, dei loro sogni, del loro pianto, delle loro speranze. La terza riga è quando ti accorgi che Dio parla al tuo cuore quando hai la pazienza del tempo. La quarta riga è quando ti sai fermare per chiederti cosa vuol dire a te quella parola che ti è arrivata dalla realtà, dalle persone, dalla Parola. Dopo la quarta c’è la quinta e la sesta e… dipende dal tuo cuore, dalla tua libertà.

Dal Vangelo secondo Giovanni capitolo 13 dal versetto 16 al 20 (Gv 13,16-20)

[Dopo la lavanda dei piedi, Gesù disse:] 16In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. 17Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica. 18Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto, ma deve compiersi la Scrittura: Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno. 19Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io Sono. 20In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato”.

Commento

Il gesto della lavanda è presupposto, la liturgia lo ha ampiamente ricordato nella Settimana Santa, nel brano do oggi l’attenzione si concentra sul poi e il poi non è dato solo dalle parole di Gesù che vengono dopo a commento del gesto compiuto, ma è dato dai secoli che le seguono e che ti  raggiungono.

Il messaggio è chiaro ed evidenzia tutta la nostra “stranezza”. Ci siamo riempiti la vita di moralismi, di precetti, di indicazioni, di un’infinità di sensi di colpa mentre il Signore, alla fine, ci ha lasciato (lo abbiamo ricordato molte volte) un solo comandamento che “materializza” in un gesto profondamente educativo oltre che significativo.

Riconfermo che non voglio, certo, dire che i cinque precetti suggeriti dalla Chiesa o le indicazioni dei confessori o le pagine di tanti santi e mistici siano cose superate da dimenticare, ma vorrei dire che come il cerchio ha solo un centro così la nostra vita di fede non può avere più centri.

I raggi di una ruota partono tutti da un centro, il mozzo, e vanno ad agganciarsi al cerchione. La ruota, completa di mozzo, raggi e cerchione permette il viaggio.

Così è la nostra vita cristiana, ha bisogno di un centro, dei raggi e del cerchione. Il centro è uno solo: essere grandi perché ultimi.

Puoi pregare, puoi fare la catechista, puoi essere impegnato in attività caritative, puoi essere una persona impegnata nel sindacato o in un partito, centinaia possono essere i modi secondo cui vivi la tua fede, ma questi modi se sono delle aste appoggiate una di fianco all’altra sul banco da lavoro del ciclista non creano movimento e resti immobile.

Come i raggi della ruota sono montati sul mozzo, così il tuo “fare” deve essere sempre raccordato al suo centro: Gesù, il maestro che, benché più grande di tutti, lava i piedi a tutti.

Una volta che i raggi di una ruota sono collegati al mozzo il lavoro non finisce lì perché sarebbero solo delle asticelle di metallo penzolanti nel vuoto. Occorre che i raggi si aggancino al cerchione perché possa esistere la ruota. Certamente i raggi del tuo fare si devono fissare al loro centro ma, per non rimanere inerti, non devono accontentarsi di “sentire” Gesù, di commuoversi pensando all’immagine di lui che lava i piedi ai discepoli, occorre che aggancino il cerchione della realtà.

Il cerchione coi raggi punta al mozzo e il mozzo coi raggi si estende al cerchione, così la vita tutto deve convergere verso Cristo e Cristo, il centro,  deve estendersi a tutta la realtà che trova, così, il suo senso.

Manca ancora qualcosa.

Come ogni ruota anche la “ruota della vita spirituale” corre quando è ben circolare e non ovalizzata.

Una ruota tende a deformarsi quando un suo raggio è meno o troppo avvitato al cerchione rispetto agli altri. Nella vita della Chiesa i raggi dei carismi, delle vocazioni sono tanti, ma guai quando un raggio, sentendosi migliore degli altri, va ad avvitarsi di più rispetto agli altri cercando di forzare il legame tra cerchione e mozzo, fra la realtà e il suo centro e guai, al contrario, se un raggio si smolla troppo rispetto agli altri allentando il legame. Nel primo e nel secondo caso la ruota si deforma e diventa quella ridicola ruota tutta storta e ondeggiante che si vede su tante biciclette trasandate e senza cura da parte di chi le utilizza.

Assolutizzare un carisma, un aspetto rispetto agli altri deforma tutto. Nell’armonia delle parti, invece, il cerchione saldamente unito al centro rimane perfetto nella sua circonferenza.

Forse banalizzo, ma può dare l’idea. Le eresie non nascono da persone imbecilli o da menti malate. Mi risulta che gli eretici, in genere, fossero persone ben preparate e intelligenti. Malgrado questo, gli eretici hanno un grave difetto, quello di pensare che la ruota sia fatta di un raggio solo o di pochi e che curando solo quelli si arrivi a sistemare tutto trovando una nuova e più perfetta circonferenza.

Noi non siamo eretici, ma un pochino di quella malattia c’è quando assolutizziamo uno o due raggi, quando, per esempio, ci troviamo troppo frequentemente a ripetere: “si, va bene, però… secondo me…” inventando strade nostre o condividendo, per appiattimento, quelle di altri nel tentativo impossibile di ottenere un cerchio con due, tre, cento centri tutti posizionati diversamente.

Lo avevamo visto su un notiziario dove avevamo utilizzato la foto di un cavatappi ora si ripete: si può parlare di Dio anche con la ruota di una bicicletta…

Il brano prosegue con due spunti uno assolutamente “consolante” e l’altro fortemente problematico e/o interrogativo.

Gesù dice che uno di coloro che ha scelto lo tradirà. Gesù lava i piedi pure a lui. Il cuore di Cristo è volto alla salvezza anche di Giuda. Gesù si fa servo anche di lui. Puoi concludere che Gesù non è molto schizzinoso: lava anche i piedi sporchi e puzzolenti…

Qui sta la consolazione perché possiamo, sia pure con vergogna, poggiare fiduciosamente i nostri piedi nelle sua mani.

Qui sta anche l’inquietante immagine: anche noi dobbiamo fare così.

Se tutto si limitasse a questo, potrebbe persino avere degli aspetti di facilità.

Il punto è che, però, prima di tutto Gesù non dice: “amate me come io amo voi”, non dice: “imparate da me e anche voi lavate i miei piedi”. Dice di lavarci i piedi fra di noi. E’, il suo, un passaggio pieno di garbo e silenzio che più di ogni parola aiuta a comprendere fino a che punto Lui sia un corpo, un cuore completamente dati, completamente donati.  Essere servi, amare non solo è atto di concretezza, ma deve, anche, essere senza confini.

Non basta, per segnare la via, aggiunge: “chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato”. Sta parlando degli apostoli, coloro che egli manda, e tra loro in quel momento (e direi per sempre perché non c’è parola di Cristo che lo abbia scomunicato) c’è anche… Giuda.

Se Giuda avesse tradito e poi si fosse rifugiato in casa di Maria santissima e le avesse confessato la sua colpa, certo lei non lo avrebbe lodato e, senza dubbio, avrebbe trovato parole per ferire e trasformare il suo cuore, ma credo che, con le lacrime agli occhi, avrebbe concluso dicendo: “ricorda, che anche ora, tu sei, per me, uno scelto e mandato da mio Figlio Gesù…”

Pensaci. Vale per te, per me prete, per il Papa. Tutti discepoli e, in modi diversi, mandati dal Signore per un disegno che si perde nelle profondità dell’Amore trinitario.

don Alberto

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