La quarta riga…
La prima riga è quando ti accorgi della realtà, del cielo, del fiume, della pioggia come del sole. La seconda riga è quando ti accorgi delle persone della loro vita, dei loro sogni, del loro pianto, delle loro speranze. La terza riga è quando ti accorgi che Dio parla al tuo cuore quando hai la pazienza del tempo. La quarta riga è quando ti sai fermare per chiederti cosa vuol dire a te quella parola che ti è arrivata dalla realtà, dalle persone, dalla Parola. Dopo la quarta c’è la quinta e la sesta e… dipende dal tuo cuore, dalla tua libertà.
Dal Vangelo secondo Giovanni capitolo 5 dal versetto 1 al 16 (Gv 5,1-16)
Dopo questi fatti, ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: “Vuoi guarire?”. Gli rispose il malato: “Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me”. Gesù gli disse: “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”. E all’istante quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare.
Quel giorno però era un sabato. Dissero dunque i Giudei all’uomo che era stato guarito: “È sabato e non ti è lecito portare la tua barella”. Ma egli rispose loro: “Colui che mi ha guarito mi ha detto: “Prendi la tua barella e cammina””. Gli domandarono allora: “Chi è l’uomo che ti ha detto: “Prendi e cammina”?”. Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato perché vi era folla in quel luogo. Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: “Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio”. Quell’uomo se ne andò e riferì ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. 16Per questo i Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva tali cose di sabato.
Commento
E’ straordinario come, oggi, il Signore voglia farci fare anche il terzo passo dopo quello di domenica e di ieri.
Quando il racconto evangelico, ci tiene a sottolineare alcuni dettagli, essendo cosa abbastanza rara, occorre, almeno credo, dare molto attenzione.
Qui, per esempio, nel parlare dell’uomo paralizzato viene detto che era malato da trentotto anni.
Al momento lo si legge e si va, però, poi ti chiedi perché quel particolare così apparentemente insignificante. Ci sarebbe stata molta differenza a dire che era lì da molti anni?
Alla fine si deve concludere, come vedrai, che ci sarebbe stata molta differenza. Senza quel numero 38, si sarebbe trattato di un miracolo rivolto a quella persona e per noi si sarebbe incasellato nei tanti segni della potenza di Cristo sul male.
Quel 38, invece, ti obbliga ad andare indietro nei secoli al tempo di Mosè e a quanto si racconta nel libro del Deuteronomio al capitolo 1 e 2.
Il libro (definito anche il libro del “cuore”) raccoglie i tre discorsi di Mosè. Siamo al primo dei tre. Mosè fa una specie di riassunto di ciò che è accaduto dall’uscita dall’Egitto fino a quel momento. Un racconto dove il popolo delude parecchio per le sue numerose ribellioni a Dio dettate dalla sfiducia in Lui.
Come, per esempio, quando Mosè e il popolo si trovarono ai confini della terra che Dio aveva loro assegnato.
Gioia? Riconoscenza per la liberazione dalla schiavitù d’Egitto che ora terminava con la promessa mantenuta di una terra tutta loro, di una terra di libertà?
Macché, solo resistenze, delusione, rabbia e perché? Perché la terra è, sì, davanti a un passo da loro, ma non è a portata di mano. Un popolo la abita: gli Amorrei.
Gli esploratori mandati in avanscoperta tornano con gustosissimi e bellissimi frutti come preannuncio della bontà e della fertilità di quella terra.
Terra fertile sì, conclude la gente, ma gli Amorrei che la abitano? Fanno così paura che, come sempre si fa nella paura, vengono ingigantiti e diventano: “gente più grande e più alta di noi”.
A nulla valgono i richiami di Mosè con cui ricorda tutta la fedeltà e la potenza che Dio ha da tempo manifestato nei confronti del suo popolo, niente da fare, si deve rinunciare.
E’ qui che arriva il numero 38.
Mosè, nel suo discorso, ricorda che dopo quella ribellione vagarono per 38 anni: “La durata del nostro cammino, da Kades-Barnea al passaggio del torrente Zered, fu di trentotto anni, finché tutta quella generazione di uomini atti alla guerra scomparve dall’accampamento, come il Signore aveva loro giurato.” (Deut. 2,14).
Per via di quel numero 38 che ritorna, la paralisi di quell’ammalato che giace nei pressi della piscina di Siloe è la nostra paralisi: la paralisi di chi pur vedendo (la fede) la terra promessa da Dio (la vita che deriva dal seguire Gesù) si blocca, si lascia bloccare e non vuole più andare avanti.
Diventano, allora, molto più significative per te le parole del paralitico: “Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me”.
Signore io vorrei vincere ciò che mi paralizza dall’andare oltre, dal raggiungere quell’acqua benefica, ma non trovo chi mi aiuta: ragionamenti, studi, riflessioni, parole, emozioni, esperienze, distrazioni, fughe, nulla vale a darmi la forza di andare e la pace della risposta.
E adesso ascolta cosa ti dice Gesù, è una parola piena di autorità ed è l’unica che ha potere su ciò che ti blocca e che ti spaventa: “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”.
Alzati, cammina, non perché sei forte, non perché sei risoluto, non perché sei astuto, non perché sei un eroe, alzati perché te lo dice Lui e Lui può. Ascoltalo dentro al tuo cuore, chiedigli di dirti quella parola potente.
A te, però, e solo a te tocca, una volta udita quella Parola, di prendere il lettino della tua paralisi e andare. Questa decisione non lo può prendere Lui per te.
Alzarsi? E andare dove? …Al n. 23 e 24 della “La quarta riga…”.
don Alberto

Related Article

Write a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.