La quarta riga…

La prima riga è quando ti accorgi della realtà, del cielo, del fiume, della pioggia come del sole. La seconda riga è quando ti accorgi delle persone della loro vita, dei loro sogni, del loro pianto, delle loro speranze. La terza riga è quando ti accorgi che Dio parla al tuo cuore quando hai la pazienza del tempo. La quarta riga è quando ti sai fermare per chiederti cosa vuol dire a te quella parola che ti è arrivata dalla realtà, dalle persone, dalla Parola. Dopo la quarta c’è la quinta e la sesta e… dipende dal tuo cuore, dalla tua libertà.

Dal Vangelo secondo Giovanni capitolo 16 dal versetto 20 al versetto 23 (Gv 16,20-23)

20In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia.

21La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. 22Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. 23Quel giorno non mi domanderete più nulla.

In verità, in verità io vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà

Commento

Come anticipato ieri, le parole di Gesù di oggi ci permetteranno di entrare nel “ancora un poco e mi vedrete”.

Nel secolo scorso in maniera esplicita, oggi in modo più sfumato echeggia un’accusa: il Venerdì Santo con lo scandalo della Croce, il Sabato e il suo silenzio, il perdono, l’amore che si offre, sommando gli elementi si è creata una miscela mortale per il bene degli oppressi. Con la scusa di quei temi gli oppressi rimarranno sempre oppressi e i padroni saranno sempre più sfruttatori, tanto più nessuno oserà ribellarsi. Grazie alla Chiesa con le sue favole si toglie la spinta alla ribellione e alla lotta perché ci sia giustizia nella società.

Le accuse fanno sempre male e non sempre sono corrette, però vanno prese sul serio perché esprimono un disagio e occorre avere l’umile coraggio di chiedersi quale atteggiamento, anche non voluto, può avere indotto al disagio o quale atteggiamento ha dato modo di essere equivocato.

Tutto, mi sembra si muova come il pendolo far due estremi: da un lato confermare l’accusa chiudendosi nelle chiese e nei santuari a pregare e dall’altra buttarsi nella vita sociale per il suo progresso e mettere Dio in secondo piano.

A questo punto ci raggiungono le parole di Gesù di oggi.

Questa volta iniziamo a considerarle per quello che concretamente sono in quel contesto e rivolte a quei discepoli.

Gesù ieri quando disse: “un poco e non mi vedrete più” ha anticipato ai suoi discepoli quello che sarebbe accaduto a breve: l’arresto, la condanna, la morte e di qui il non vederlo più. Sullo sfondo sta anche il fatto che l’incontro con il risorto aprirà a una relazione completamente nuova rispetto a quella a cui i discepoli si erano abituati.

Ma, aggiunse anche: “ancora un poco e mi vedrete”. Con queste parole anticipa la gioia che proveranno i discepoli, quando Lui risorto, lo incontreranno e ne faranno esperienza, quando si presenterà loro.

I discepoli (e noi) attraverseranno anche loro il loro Venerdì e Sabato Santi, ma non li attraverseranno come Gesù che ha dovuto (solo e abbandonato) aprire la via. Percorreranno, e noi con loro, un via tracciata e aperta: il dolore, il silenzio di Dio, vissuti con il risorto.

Il venerdì e il sabato santi vissuti, cioè, già assaporando il trionfo e la forza dell’amore perché la verità della via della Croce non è un sogno o una promessa, ma una realtà.

L’ultima parola sulla vita vera, sull’offerta di te nell’amore, è vittoria, non è una possibilità, non è un forse, non è un proviamo e poi vedremo, è via certa di vita perché Cristo è risorto.

Già assaporiamo la gioia della resurrezione di Gesù, e già ne facciamo esperienza per cui possiamo attraversare e vivere il venerdì e il sabato santi della nostra vita e non alla cieca, ma come chi ha in mano una cartina con indicata in assoluta chiarezza la traccia del cammino e la meta.

Gesù le cose le dice, ovviamente meglio e con maggiore efficacia, attraverso l’esempio della donna che partorisce. Nel parto si soffre e non ci si scandalizza per questo. E’ dolore e fatica, ma si sa che appartiene all’ordine naturale delle cose e quel dolore è vita, permette la vita, fa nascere la vita che suscita una gioia che dimentica il dolore subito.

Certamente questo volge il nostro sguardo anche alla vita eterna, ma non esonera della vita qui in terra che non è una specie di sala di attesa.

In Cristo siamo già stati generati alla vita risorta, siamo uomini e donne nuove che camminano nelle storicità, dentro al tempo e non fuori di esso.

Il cristianesimo non è la religione della testa bassa, della bocca chiusa e di una patologica gioia di soffrire.

Il cristianesimo è la via della vita vera perché trova nell’amore la sua regola.

Cristo vive il venerdì e il Sabato santi non perché ama soffrire, ma perché ama e noi con Lui.

Il cristiano, dunque, vive appassionatamente dentro al mondo, ma non è del mondo e per questo il mondo può non accettarlo.

Il nostro venerdì e il nostro sabato dipendono da un lato dalla nostra fatica ad essere come Gesù e dall’altro dal fatto che amando e donandoci, proponendo, cioè, la via dell’amore non veniamo accolti e accettati.

La via dell’amore, non la via chiacchierata dell’amore, quindi, una via che là dove occorre sa mettersi con chi è emarginato ed escluso, con il rifiuto del mondo.

Esattamente come Cristo che nella notte pregava Dio e in quella preghiera respirava a pieni polmoni la sua intima e profonda comunione con il Padre e con sua volontà e quella preghiera era già abbraccio a tutti noi, un abbraccio che seppe farsi inchiodare sulla croce pur di liberarci.

don Alberto

Related Article

Write a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.